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01/10/2k22 - Mattina presto: Il mattino ha la pausa caffé in bocca
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01 . 10 . 2022

Cyberpsychosis

Le albe settembrine non si profilano più all'orizzonte come feroci esplosioni nucleari, ma sono dolci e miti come tutto l'inizio dell'autunno.
Però sono pur sempre uno spettacolo che va guadagnato, soprattutto se siete Ingegneri delle Tenebre™ e nottambuli per natura, con orari di lavoro assai flessibili e spesso in ufficio neanche ci andate... allora sì che vedere l'alba dalle vetrate dell'ufficio è un evento eccezionale. Oppure fate come Neo, e v'importa solo arrivare mezzo minuto prima di Clara per farla sentire in colpa.

L'aria frizzantina che si comincia a respirare atorno all'orario dell'alba ci ricorda che sono finiti i giorni di caldo e sole tutto il giorno: è iniziato il lungo viaggio dell'emisfero settentrionale addentro la fredda notte... i nostri antenati sgozzavano capre e conigli (!) per tener lontana l'angoscia, noialtri ci accontentiamo di accendere uno schermo e lasciarci ipnotizzare.
Edgerunners, il cartone animato giapponese di Cyberpunk 2077, è davvero bello. Bella la colonna sonora, l'animazione è più movimentata del solito, ma soprattutto la storia è ben fatta. Oro, di questi tempi! Merita tutto il suo enorme successo.
Purtroppo per me, che sono anziano, si tratta di un prodotto di intrattenimento costruito apposta per la fascia d'età 14-24, come quasi tutti gli anime, da sempre. Non sono più il pubblico di riferimento, lo so, e mi fa un po' male.
Ripetiamo insieme: quasi tutti gli anime mai fatti sono dedicati alla fascia d'età 14-24. Fiuuuuu! Ecco, l'ho detto.
Vent'anni fa sarei stato linciato sui forum per un'opinione così degradante dell'intoccabile regno fatato dei Cartoni Giapponesi... ma erano altri tempi: spesso mettere le mani su una serie anime richiedeva impegno di tempo e denaro e risorse considerevoli, mica potevi aprire un sito e schiacciare “Play”. Ci si sentiva parte di una setta segreta, che era costretta a nascondersi nell'ombra perché se dicevi che ti piacciono i cartoni animati giapponesi la gente nel migliore dei casi ti rideva in faccia. L'opinione pubblica ti emarginava, e cresceva dunque lo spirito di appartenenza a quel sottobosco di reietti sfigati che si ritrovava sui forum di internet.
Pensate l'onta di ammettere che bé, sì... in effetti quelle storie di liceali depravate e studentelli magici erano rivolte a un pubblico di liceali e studentelli! Era alto tradimento.
Intendiamoci: non c'è nulla di male. Il problema era che noi all'epoca eravamo in effetti studentelli, e dire che un'opera è per ragazzi ci sembrava un'offesa terribile.
Oggi è tutto cambiato. Oggi gli anime ve li buttano in faccia a palate, si riversano a valanga da Netflix direttamente nei salotti della brava gente che lavora tutto il giorno, e alla sera vuole solo rilassarsi un po' senza impegno.
Avere un'opinione su questa roba? Ma chissenefrega, non ne vale la pena. I “Nerd” hanno vinto, e insieme hanno perso, perché sono diventati la Gente, e la Gente è diventata loro.
E dunque io oggi posso dire: “uhm, sì, carino Edgerunners, ma è la solita roba da ragazzini” e non pensarci più, e ognuno va avanti con la sua vita.
Certe volte rimpiango i vecchi tempi.

Un'altra cosa che rimpiango, e che denota la mia vecchiaia estrema, è che una volta venivamo a sapere le notizie sui videogiochi da scansioni rubate di pagine di riviste straniere, o di volantini pubblicitari distribuiti in fiere lontane. Internet c'era già, ma si era in un interregno in cui convivevano riviste di carta e siti internet.
La mia passione per Final Fantasy è stata scandita da questi occasionali ritrovamenti di immagini piccole e sgranate, tagliuzzate male e coperte da ideogrammi, che ci facevano vedere per la prima volta i chara-design di personaggi di cui non conoscevamo ancora il nome...
Final Fantasy IX, X, XII... e oggi mi si scalda il cuore perché per Final Fantasy XVI è successa una cosa simile: al Tokyo Game Show c'era un cartellone promozionale con una illustrazione inedita. I protagonisti sono sempre i soliti tre che conoscevamo, però sono nell'acqua a piedi scalzi, e ci sono anche dei gatti. Che regalo meraviglioso.

Lo-Rez: arte, storia, web design
01 . 10 . 2022

Non gioco più

Incredibilmente anche questa settimana l'attualità ha deciso di consegnarci l'argomento dell'editoriale, continuando a far slittare recensioni e pensieri in là nel tempo. Ancora una volta non è arrivata una semplice notizia, che di notizie, a ben guardare, ce ne sono sempre, ma un annuncio bum-bum-bum che ha fatto parlare tutti, un annuncio nefasto, a suo modo. E oggi ne parliamo anche noi.

Google Stadia muore, dall'oggi al domani. Google l'ha fatto scomparire così velocemente che alcune persone in ufficio si sono viste tirar via la tastiera da sotto gli indici e gente nel mezzo di una partita a qualche videogioco si è ritrovata improvvisamente scollegata. La sensazione è proprio che qualcuno, in una stanza particolare a Mountain View, abbia semplicemente detto "OK Google, spegni Stadia" e questo abbia spento proprio la divisione dell'azienda che gestiva il prodotto. Magari quella persona lì aveva detto solo "OK Google, solleva le tapparelle" e OK Google ha capito male, non sapremo mai se è andata così, comunque sia Stadia ha chiuso (se pensate che la mia ipotesia sia implausibile provate a convincere Google a mettervi un promemoria a mezzogiorno senza che ve lo piazzi a mezzanotte. Ultimamente a me fa così).

A parte gli scherzi, un gesto così repentino e definitivo è qualcosa che potevamo aspettarci da qualche boss un po' picchiatello della new new economy come Musk, non da Google che ormai ha anche una ragione sociale con un altro nome per quando va ai party con le altre aziende, un consiglio di amministrazione come si deve e probabilmente anche un paio di Intelligenze Artificiali che ne determinano il marketing. Che Stadia fosse un progetto avviato a un mesto destino si sapeva da tempo, che sarebbe scomparso dall'oggi al domani è cosa che lascia perplessi.

Stadia, come molti progetti Google, era in anticipo sui tempi. Se avete letto le mie vaneggianti profezie sul mercato dei videogiochi del futuro probabilmente era il primo competitor della prossima generazione di sistemi di gaming, completamente in cloud, basato sullo streaming e sull'online, quello, lo abbiamo detto spesso, a cui lentamente migreranno anche i player storici (tranne Nintendo che quando arriva il progresso è sempre lì a disegnare coi pastelli e le cuffie e non sente il clacson). Come molti progetti Google, però, Stadia è stato anche gestito malissimo. Il software è stato messo lì, a disposizione, con un blando listino prezzi per la vendita e ammenicoli di contorno e poi lasciato a sé stesso. Intorno a Stadia non si è creata un'identità, non si è creata una community, non si è cercato di dare spessore al semplice sistema. Google non ci ha messo la faccia come comunicazione, non ha mai progettato una line-up di prodotti o stretto partnership strategiche. Per Google Stadia andava usato perché era un bel sistema, un po' pochino per un mondo che vede nella comunicazione un investimento quasi pari a quello per lo sviluppo di tecnologia e contenuti.
Google, come è accaduto spesso, ha dato l'impressione di essere come quel preadolescente che decide di appassionarsi a una cosa, chessò, l'astronomia, e allora fracassa gli zebedei al padre per avere un telescopio. Lo ottiene, bellissimo, al compleanno, e dopo averci guardato dentro due volte lo mette nello sgabuzzino e passa qualcos'altro. Affascina che può assolutamente farlo, per come è fatta la sua struttura aziendale, ma lascia perplessi il fatto che comunque l'abbia fatto sul serio.

Stadia ci lascia, proprio di brutto. Rimane l'idea che probabilmente SONY e Microsoft continueranno ad aggiornare e espandere fino a renderla un'offerta credibile. Personalmente l'idea di un terzo competitor (sempre lasciano Nintendo al suo giardino) mi affascinava e Google è forse una delle poche aziende che poteva provarci. Poter uscire realmente dall'attuale duopolio delle console mainstream farebbe solo bene al settore (anche se non ai due player, ovviamente). Non è andata, ma stavolta credo che si possano imputare al mercato poche colpe. Non è andata perché la mission aziendale imposta a Stadia era "vabbè pazienza".

Editoriale in chiusura. Rimangono ancora un mucchio di altri modi di giocare e noi di FTR li abbiamo provati tutti (non è vero) per voi (ma manco per idea) e quindi da settimana prossima ve ne parlemente (si si credeteci) in dettaglio (certo come no)!

“Yellow matter custard / Dripping from a dead dog's eye / Crabalocker fishwife, pornographic priestess / Boy, you've been a naughty girl, you let your knickers down”

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