Opera vs Prodotto
Questa nuova Odissea è un film per chi beve il cappuccino a pranzo.
Non che sia “sbagliato”, per carità, come non sbaglia un intero emisfero terrestre a preferire la pizza all’ananas alla margherita.
Fa schifo anche ai cani, ma non è sbagliato.
Noialtri qui eravamo rimasti un po' più freddini della temperatura media del popolo anche riguardo a quell'altro film sullo scienziato pazzo.
Quel regista mi aveva acceso di più con le sue opere precedenti, e non vorrei che a forza di sentirsi dire Bravo! Bis! si sia messo a fare anche un po' il fotografo, e lo scenografo, e a dire “questo colorino qui facciamolo un po' più freddino”, e a fare di testa sua anche laddove spesso sarebbe meglio affidarsi a un professionista.
Ma pazienza, non è che dobbiamo per forza orientare le vele allo Zeitgeist della settimana perché ce lo impone la tirannia delle, ehm, views. Se non ho voglia di parlare di un film, ecco, qui su FTR posso anche non parlarne senza che il mio patrimonio netto subisca flessioni significative... fiuuu!
Avrei piuttosto una gran voglia di parlare di certi altri film fatti a Hong Kong quarant'anni fa, ma non è il momento nemmeno per quelli (arriverà): oggi vorrei continuare il discorso dell'editoriale scorso, che è stato fluviale e forse più noiosetto del solito, ma non bastava.
Abbiamo detto della dicotomia Opera vs Prodotto, della situazione incresciosa che questo conflitto filosofico sta causando nel settore delle Arti, e di come non si vedano vie d'uscita se non la Condivisione Non Autorizzata™ (se l'acquisto non è possesso, come fa la condivisione ad esser furto?).
Proprio il film del momento mi offre un nuovo spunto: in particolare, la questione buffissima sul formato IMAX Turbo Più Più in cui è stato girato ogni singolo fotogramma. La macchina promozionale ha orchestrato i suoi milioni di account automatizzati sui social per martellarci in testa il concetto da capogiro che ci sono solo una quarantina di cinema al mondo in cui questo film può essere proiettato nel suo formato originale ed autentico, mentre tutti gli altri spettatori vedranno la versione sforbiciata sopra e sotto, bla, bla, bla.
Tutti. Per sempre.
Ehm... come, scusa? E sì che i film in 4:3, o in 7:5 come questo, ci sono da un po' e giurerei persino di averne visti alcuni, e non mi hanno fatto esplodere il televisore.
Chissà se, come accaduto finora per Dune, anche per quest'Odissea sarà impossibile vedere la stradannata versione originale a casa propria, in streaming o (tenetevi forte!) comprando un disco di plastica e infilandolo in un apposito lettore.
Chissà se, in altre parole, proprio quella Visione Artistica tanto magnificata dalla campagna promozionale, quell'immagine voluta così dal suo Autore, andrà persa per sempre. Come pipì di colomba in un tombino di Los Angeles sotto una pioggia torrenziale.
Grazie, Detentori dei Diritti di Distribuzione!
Ma l'acidità di stomaco si porta dietro tutto un corollario di altri disturbi, e dobbiamo cercare di prevenirla. Invece di un disgustoso sciroppo, potremmo provare con questa storiella edificante, nota da tempo ma celebrata proprio questo mercoledì con una conferenza ad Akihabara: l'amicizia tra SEGA e NVIDIA.
O meglio, tra certe persone di SEGA e certe persone di NVIDIA, a un certo punto degli anni '90, quando SEGA era un colosso dell'industria e NVIDIA una bottega di artigiani brillanti e squattrinati. Salta fuori che un tizio di SEGA ha rinunciato a spremere da NVIDIA qualche milione di dollari che avrebbe potuto esigere grazie ad un certo contratto. Tutto è bene quel che finisce bene: NVIDIA solo in virtù di questo gesto magnanimo e disinteressato si è salvata dalla bancarotta, per diventare poi trent'anni dopo l'azienda più ricca del mondo.
Sono commosso.
The elder's strip
Lo so, state pensando come mai c'è qui gente che torna già dalle ferie quando io non sono ancora partito, ma in realtà dovreste aggiornarvi. Ora è più smart fare le ferie su e giù per la stagione estiva senza concentrarsi tutti ad Agosto, tanto il tempo non si sa come lo si trova, la gente non si sa come la si trova, i posti non si sa come li si trova e anche i costi sono una roulette russa.
Oggi a organizzare le ferie ci si sente esattamente come Bilbo Baggings improvvisamente costretto a partire per una direzione sconosciuta con un gruppo di nani ubriachi. Che cantano. Perché può pure capitarvi, anche nel 2026, quello che si porta dietro la chitarra.
Penny Arcade (si, esiste ancora) ha cominciato una serie fuori di testa delle sue per parlarvi dello stato disastroso dell'industria dei videogiochi con un Tirannosauro come protagonista. Ovviamente non è un sentimento che può cogliere molti altri, ma io ci ho visto dei richiami al nostro Grand Theft Rabbit. Anche la nostra serie (umilmente) raccontava le origini del mass-market videoludico e delle major dei videogiochi e di conseguenza raccontava l'origine di tutti i mali del mondo. La serie di P-A torna indietro alle origini della PS2 e descrive un altro gradino nella dolorosa scala a scendere verso il collasso. Stiamo andando a schiantarci, ma almeno noi vecchietti (P-A è DUE ANNI più vecchi di noi) ne siamo consapevoli.
Ultimamente ho notato un trend creepy sulla mia pagina di Facebook. Si, ho una pagina di Facebook, la uso perché mi aiuta a tenere un po' di network come scrittore e il social network è un po' più usabile dell'altro, quello con le immagini più o meno quadrate e i filtri. Negli ultimissimi anni Facebook si è preso la libertà di mettere nella mia timeline qualsiasi cosa gli passasse sulla testa, rovinando il lungo lavoro con cui ho sempre aggiunto amici con parsimonia per mantenere le informazioni sul social network potabili. Bene, ovviamente adesso invece vedo mostruosità di ogni genere scorrermi davanti, alcune proprio raccapriccianti, altre tollerabili, ma inutili. Per un primo periodo ho provato a falciare la roba che mi finiva in timeline con rancore, ma ormai ho accettato il nuovo trend e amo il Grande Fratello, o meglio, lo scorro turandomi il naso sperando di vedere ogni tanto le cose che mi interessano.
A ogni modo, una delle tante cose viscide che mi sono rimaste attaccate allo schermo riguarda una certa moda di "fare fumetti con l'AI", dove per fumetti si intendono webcomic. I webcomic con l'AI li riconosci subito perché fanno finta di avere una punchline, ma non ce l'hanno. Ogni tanto cercano di farti credere che una certa situazione sia divertente quando non lo è, altre volte invece deragliano completamente e immagino che il loro "autore" pubblichi lo stesso il risultato credendo che il nonsense così realizzato sia molto comico. In realtà, di tante cose brutte che si vedono in giro, questo è proprio un mondo in cui si vede come ogni centesimo di ghiacciaio o energia utile a farci sopravvivere sia stato buttato via. Come se non bastasse, poi, ovviamente, interviene qui una componente veramente forte di plagiarism, dovuta al fatto che il linguaggio del webcomic, rispetto a tanti altri, parte da un set realmente limitato di opere e quindi la sovrapposizione è abbastanza semplice. Sono rimasto piuttosto sconvolto quando a un certo punto mi sono trovato di fronte a una vignetta di Cyanide and Happiness che però palesemente non era originale, visto che aveva un umorismo nerd e politicamente corretto. Mi immagino l'"autore" inserire il testo della battuta e chiedere di realizzarlo con delle sticky figures e trovarsi molto soddisfatto del risultato. Ai miei occhi invece è stata un'esperienza agghiacciante.
Editoriale un po' meta, un po' perché si parla di webcomic, un po' perché si parla di facebook (ah-ah-ah), visto che c'è ancora un po' di spazio direi di notificare che ho completato la quinta stagione di For All Mankind. Vi parlai della serie ai suoi albori, ma continuo a seguirla anche se mi sembra inutile continuare ad aggiornarvi a riguardo, se non in questa maniera estemporanea. Rispetto allo spirito molto aderente al realismo dei primi tempi ormai stiamo andando verso la fantascienza pura con situazioni un po' più al limite e dei personaggi prograssivamente sempre più antipatici, ma non è di questo che voglio parlarvi. Quello che mi piace riportarvi è che ho trovato molto confortante, in quest'epoca oscura, portare a termine una QUINTA stagione di qualcosa e continuare a sentire che guardarla ha avuta un senso e che non sono finito nella catena di montaggio dettata da qualche algoritmo. Dobbiamo accettare che davanti alla televisione più che arte cerchiamo comfort food. E non ci danno, ormai, nemmeno quello. Ma ne parliamo meglio settimana prossima.
Vieni, vieni intorno al fuoco / Scordati chi eri quando inizia il gioco, eh / Vieni, vieni intorno al fuoco / Mescola anche tu le lacrime all'alloro
Immagino che dopo le quote di queste settimane vi interesserà la mia recensione dell'ultimo album di Francesca Michielin. Eccola qua: sposami
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